sabato 22 luglio 2017

[Recensione] Martin Mystère n. 350 - “Le dieci tribù”

Maledetti Testimoni del Mystero,
non ti danno tregua ovunque tu vada!
Aprile 2017
Storia di Alfredo Castelli ed Enrico Lotti
Arte di Fabio Grimaldi

A cosa serve
Il numero 350 della serie regolare di Martin Mystère arriva proprio in tempo per festeggiare i 35 anni editoriali del personaggio, spiegando così la grafica del numero in copertina, con uno zero ridimensionato perché la cifra possa invece essere letta come 35°.

Esaurite le idee tipo “universi alternativi di epoche passate”, la redazione torna a proporre un albo celebrativo di tipo tradizionale, in quanto incentrato su una tematica tra le più importanti del cosmo narrativo di Martin Mystère (e vorrei anche definirla “tra le più amate dai lettori”, ma alla fine io ho un riscontro parziale dato solo dal responso della esile fetta dei fan di MM che frequenta il forum di Agarthi, o in precedenza la mailing list; magari la redazione di MM riceve invece tonnellate di posta cartacea in cui gli “altri” lettori protestano per la noia di questo filone narrativo).

La tematica in questione è quella dei tesori divini che il popolo dei Tùatha De’ Dànaan portò in Irlanda dalle quattro città boreali dove era stato iniziato alla conoscenza druidica: nell’universo di Martin Mystère, i Tùatha sono invece un’avanzata specie aliena che visitò la Terra 180 milioni di anni fa, distribuendo questi tesori per studiare l’evoluzione della vita sul nostro mondo; in seguito a un incidente, questa strabiliante tecnologia sfuggì al loro controllo, interagendo attivamente con l’umanità e dando origine a dinastie di oggetti mistici e leggendari, legati agli archetipi di Lancia, Pietra, Spada e Coppa. Spesso e volentieri, Martin Mystère si è trovato a indagare sull’influenza di questi oggetti nelle mitologie e religioni di tutto il mondo, scoprendo il fitto intreccio di connessioni che si cela dietro la storia ufficiale (o meno): dalla Lancia di Longino al Graal di Gisors, passando per la Pietra di Abramo e arrivando all’Excalibur, il tutto sempre con l’accortezza di non “chiudere la porta” a ulteriori sviluppi, per cui, per esempio, anche l’Arca dell’Alleanza conteneva uno dei Graal derivati dai Tesori dei Tùatha, e una Pietra Filosofale è custodita nella Sagrada Familia di Antoni Gaudì.

Come si legge

L’importante è non ricordarsi quasi nulla delle storie vecchie di Martin Mystère, altrimenti non si cade nella trappola dell’operazione “finto recupero nostalgico”. Le prime 10 tavole sono deliziose, nella loro ricostruzione di un momento cruciale della storia di Gerusalemme nel 700 a.C, tanto che sembra di leggere davvero un vecchio fumetto di Martin Mystère; da lì in poi, la vicenda deraglia e colleziona una cantonata dopo l’altra, tra dimenticanze, omissioni e contraddizioni relative non solo alla storia nota dei Tesori dei Tùatha de Dànaan, ma anche alla carriera investigativa dello stesso Martin, tanto da avere il dubbio che la sceneggiatura sia stata messa insieme limitandosi a osservare le copertine della serie regolare, le tavole finali di qualche Gigante, e qualche voce dell’Indice Analitico semi-aggiornato.

Non va meglio nell’ambito della costruzione narrativa del singolo albo. Se è vero che i fumetti di questo Martin Mystère moderno vengono scritti contando sul fatto che la maggioranza dei lettori attuali non ha letto o non ricorda gli albi classici, e comunque non ha interesse a seguire un intreccio complesso e impegnativo, è anche vero che la “durata di attenzione” del lettore ideale di questo albo deve essere inferiore alla durata di vita di un moscerino della frutta, date le inspiegabili ripetizioni che lo costellano, dalla reiterazione della storia dell’internamento dei giapponesi negli USA durante la Seconda Guerra Mondiale (raccontato con gli stessi dettagli dal “robivecchi” a John Asaki prima, e a Martin Mystère dopo) fino alla doppia scena di Diana perennemente in cucina a spadellare e unica abitante del n.3 di Washington Mews che si accorge dello strano bagliore che viene dallo studio di MM (e, poveretta anche lei, non capisce che la causa è sempre la stessa). Il lettore avveduto finge anche di non ricordarsi che Martin nasconde il Prisma dietro lo schermo del computer, su richiesta di Diana, dato che nella scena successiva il Prisma è di nuovo davanti allo schermo (e la stessa Diana non lo nota, invece di fare una scenata a quell’ostinato di Martin che tiene in bella mostra sulla scrivania le cose che deve far vedere nel fumetto). Da ignorare con cura anche la rivelazione anticlimatica della migrazione che condusse le tribù perdute fino in Giappone: l’anziano giapponese racconta questa leggenda nel dettaglio, e poco dopo Martin scopre che la traduzione delle genealogie del diario gli conferma la stessa storia, che però gli autori, contando sulla smemoratezza del lettore odierno, ritengono di dover spiegare nuovamente, riproponendo il sentore della ridondanza inutile.

Il lettore modello si premura di farsi distrarre tramite le interessantissime 19 tavole dedicate al solo John Kasaki, in cui questo sinistro criminale si dedica a emozionanti attività che eclissano tutto il resto. Infatti, Kasaki rimugina sui movimenti delle sue vittime, e ricostruisce pazientemente ogni loro azione, dagli acquisti di alimentari alle telefonate, passando per prenotazioni di biglietti o viaggi in taxi. Ma non è tutto: Kasaki è un pubblicitario, ed ecco quindi numerose vignette dedicate alla riunione dei dirigenti che parlano della merendina “mister squeesh”, della sua confezione provvisoria, del parere dei “creativi”, del “target”, del “focus group”, e via discorrendo di elementi che si amalgamano molto bene con la trama dell’indagine sul mystero della Decima Tribù, trama in cui svolgono un ruolo fondamentale (nessuno).

Sempre sul personaggio di Kasaki, il lettore prudente evita di considerare come questo genio dell’informatica, capace di accedere illegalmente a caselle postali, conti correnti, carte di credito, e persino reti satellitari, sia condannato a un lavoro che detesta (e che destiamo anche noi) e senza sbocchi, mentre il suo piano geniale consiste nel diventare potentissimo mettendo le mani su una scatola che un tempo dava notizie epocali (vedi Pearl Harbor), ma al giorno d’oggi si limita a scodellare fattacci di cronaca nera in anteprima.

E’ auspicabile che la dimenticanza del lettore coinvolga anche il titolo dell’albo, dato che Martin Mystère spiega molto in fretta che “dieci” significa anche “molti” in aramaico (?), e che le tribù effettivamente note sono nove, per cui non esiste una decima tribù. Così facendo, si evita di osservare che la storia non scende mai nel dettaglio delle tribù effettivamente oggetto della diaspora del 700 a.C., dando l’impressione che tutte insieme viaggino fino al Giappone, senza alcuna distinzione significativa tra l’una e l’altra, fatto che rende del tutto irrilevante la presenza o meno di una decima tribù.

In certi passaggi narrativi, è opportuno che la “durata dell’attenzione” ceda il passo alla “morte della logica”, per poter avanzare oltre momenti come quello in cui il Prisma mostra un articolo di giornale sulla morte del robivecchi, privo di data (a voler dar credito al robivecchi), ma corredato della frase sulla morte dell’assistente dello stesso, avvenuta “una settimana fa”. Solo con la morte della logica, un lettore rispettoso della volontà degli autori evita di concludere che questo dettaglio permetterebbe al robivecchi di calcolare facilmente la data del giorno in cui morirà. Il lettore-tipo eviterà comunque di notare che, nella pagina successiva, il robivecchi dichiara testualmente che su quell’oggetto c’è la data della sua morte.

Sembra opportuno citare lo stesso John Kasaki, che durante questa vicenda ordina: “Ditemi qualcosa che non so.”

Curiosamente, Martin Mystère non fa una piega quando apprende da Travis Travis che l’FBI si è accorto che qualcuno sta spiando i suoi account digitali. A Martin non sembra importare molto che l’FBI lo sorvegli così da vicino. Non è turbato neppure quando sente che alcuni funzionari dell’FBI amici di Travis gli raccontano queste cose, sapendo chi è lui.

Nonostante la faccenda dell’assassino ignoto sia enormemente preoccupante, e nonostante la vita di Diana sia in serio pericolo, con tanto di profezia che incombe su di lei, Martin rifiuta l’aiuto dell’FBI, perché vorrebbe “fare da solo”: la sospensione dell’incredulità qui è messa a durissima prova, viste le sue scenate isteriche di poche pagine prima.
E, subito dopo aver rifiutato questo aiuto, Martin accetta invece quello di Travis, che gli offre di nascondersi in un appartamento di Hoboken usato dalla Polizia per la protezione dei testimoni: perché la Polizia sì e l’FBI no?
In questa sequenza, Martin si meriterebbe un certo epiteto che mette in dubbio le sue facoltà mentali, ma quello lo riserviamo per il finale della storia.

La cosa importante di questa vicenda (almeno così sembra a giudicare dalla fretta degli autori) è arrivare al melodramma finale, senza notare la sinistra somiglianza con almeno due storie classiche della serie. La cortina di fumo di reazioni isteriche, urla, baci e abbracci, pianti e piagnistei vari (o “le emozioni”, come si dice oggi, per giustificare le storie che non stanno in piedi) è l’ideale per far passare sotto silenzio le inconsistenze narrative di tutto l’albo, e ovviamente è utile anche per non notare la brillante logica del finale, in cui Martin si ripromette di scoprire un giorno come potesse John Kasaki sapere tutte queste cose sul Prisma.

Parentesi: ma è davvero questa la cosa importante? Un attimo prima, Martin dichiara che del misterioso manufatto “impossibile” è meglio non sapere nulla di nulla, però della storia privata dell’ennesimo criminale psicopatico da operetta gli importa tanto da fare una simile promessa? Ma forse si tratta di un intento tipo quello di correre a salvare Sergej Orloff, il quale giace nel limbo ormai da parecchio tempo.

Tornando a Kasaki: a parte che stiamo parlando di un giapponese statunitense di quarta generazione, e quindi probabilmente discendente dai giapponesi internati durante gli anni 1940 che sapevano del Prisma stesso, a parte che sarebbe bastata una pagina di flashback da piazzare al posto delle elucubrazioni pubblicitarie dello stesso Kasaki per sciogliere questo mysterone in un istante, la spudoratezza di Martin non ha limiti: dopo aver quasi ammazzato Diana indagando sul Prisma e su Kasaki, Martin promette allegramente di tornare a rifarlo. E Diana è lì di fianco a lui che annuisce, beatamente dimentica dello sfracello causato proprio da quelle indagini e del rischio che ha corso. Per rubare una frase tipica di un altro fan storico che è altrettanto straniato da questo tradimento fumettistico, non possiamo che chiederci “Ma sono dementi?”. Salvo poi aver cura di rimuovere, da bravi lettori moderni.

Cosa vi sfugge

Il segreto di San Nicola (Martin Mystère Gigante n. 1) rivela che la missione dei Tùatha de’ Dànaan ebbe luogo 180 milioni di anni fa, e i Tùatha distribuirono sulla Terra sei dei sette Tesori, prima che il loro vascello spaziale si schiantasse nella regione destinata a divenire il Deserto del Gobi.

I Tùatha superstiti si ripromisero di restare a bordo del relitto, per sorvegliare l’evoluzione dei Tesori, servendosi proprio del settimo di essi per fare ciò. In “Le dieci tribù”, però, risulta che questo settimo Tesoro (o Prisma, o Analizzatore Stocastico) è nelle mani del “popolo d’Israele”: quando ci è finito, e in che modo ciò si concilia con le scene finali del citato MM Gigante n.1?

Il MM Gigante n.1 mostra chiaramente che la base dei Tùatha si trova ancora sulla Terra, nel 1995, da qualche parte del deserto del Gobi. Com’è possibile che in MM 350 invece i Tùatha si trovino in un altro sistema solare, o comunque su un pianeta assai distante dalla Terra? Anche a volerli collocare su una luna di Saturno (pianeta gigante gassoso che ospita la famosa perturbazione atmosferica a forma di esagono), i TdD affermano di non avere contatti con la Terra sin dal tempo del fallimento della loro missione, 180 milioni di anni fa. Come si concilia ciò con la scena del MM Gigante n. 1 ambientata nel 1995?
E non abbiamo detto
"Esagoni" nemmeno una volta

In MM 350, i Tùatha affermano di non avere contatti con i Tesori e il nostro pianeta da 180 milioni di anni, ma sono informati della presenza degli esseri umani sulla Terra: eppure, questi ultimi hanno cominciato a differenziarsi dalle scimmie solo 6 milioni di anni fa. Come possono i TdD essere così informati sull’evoluzione della vita sulla Terra, dopo ciò che hanno affermato?

MM 350 attribuisce a una tribù di Israele il possesso del Prisma, ma non spiega come è stato utilizzato fino al 700 a.C., o perché nessuno si sia mai accorto delle sue capacità precognitive. 

Il Prisma è in grado di mostrare il probabile futuro su una sola delle proprie facce: perché le altre invece sono iscrizioni immutabili? E che informazioni riportano esattamente: annali in aramaico o cosa? Perché le altre facce sono state incise, e sono immutabili? Sicuramente l’albo ne avrebbe beneficiato, se gli autori avessero dedicato spazio alle risposte a queste domande, magari sacrificando le già citate spiegazioni duplicate, o le imbarazzantemente dettagliate avventure della nuova merendina e delle relative strategie di mercato dell’agenzia pubblicitaria.

Si deve presumere che una delle tribù perdute di Israele (e non tutte e dieci) abbia raggiunto Agarthi dopo la diaspora raccontata in MM 350, e lì sia entrata in possesso di un altro dei Tesori (la Pietra di Abramo), portandolo poi nei futuri Stati Uniti. Nella vaghezza della ricostruzione di MM 350, ciò viene solo sommariamente lasciato intendere, ma è approssimativamente congruente con New York Stories (Martin Mystère nn. 182-184). Purtroppo il riferimento a quell’albo nella nota di MM 350 porta a voler rileggere la storia del “Tesoro della Grande Mela” (o “Segreto di Peter Stuyvesant”), e il confronto tra quella stupenda avventura e l’albo qui in esame è a dir poco impietoso.

Martin Mystère “deve” dire di non aver mai avuto a che fare con un mystero come quello delle notizie dal futuro, nonostante l’invenzione di Gerard Henry vista in Cassandra (Martin Mystère nn.113-114) (tristemente, ci si preoccupa invece di citare il film Avvenne domani).

Martin Mystère non può ricordarselo, ma ha già dovuto affrontare e annullare una linea temporale in cui Diana Lombard viene orribilmente uccisa in casa mentre lui è assente, in I sentieri del destino (Martin Mystère n. 185), una storia dove il deus ex machina è costituito da un poliedro chiamato “Ebdecaedro”, il quale poi compare in associazione con un solido esagonale tipo Tesoro dei TdD in Generazioni (Martin Mystère One Shot n. 4).

Come visto nel già citato “New York Stories”, ma ancor prima in Il presagio (Martin Mystère nn. 66-67), Kut Humi e gli altri monaci di Agarthi svolgono nella nostra epoca la funzione di guardiani dei Tesori dei TdD, e hanno cura di riportarli ad Agarthi alla fine di ogni ciclo. Questo accade perché, come implicato in MM Gigante n.1, Agarthi nasce dalle rovine dell’astronave dei TdD (schiantatasi appunto nel deserto del Gobi), ed eredita la missione di questi ultimi. O, almeno, questa sembra essere stata l’intenzione della sceneggiatura e del disegno che Alfredo Castelli stava creando ai tempi: ora la cosa non sembra più tanto chiara, soprattutto se si considera la più totale assenza (e indifferenza?) di Agarthi in questa faccenda (certo, il Prisma ormai serve solo per la cronaca nera, quindi forse è uno strumento di potere irrecuperabilmente ammalorato, per cui a che serve impegnarsi per recuperarlo?).

Da pagina 136, la trama di MM 350 è una copia del finale de L’uomo programmato (Martin Mystère nn. 123-124): come mai? Se accettiamo l’ipotesi del disegno unificatore di MM Gigante n.1, allora la risposta è molto semplice: i Tesori dei TdD hanno lo scopo di raccogliere informazioni, e il Prisma riceve e analizza le informazioni degli altri Tesori; in quanto summa della conoscenza universale terrestre, il Prisma è anche l’elemento fondante del Databank Universale, che corrisponde alla stessa definizione. Il Databank Universale contempla anche i possibili futuri, proprio come fa il Prisma. Questa definizione è la stessa che si può dare dell’Akaschi, il libro dell’onniscienza la cui consultazione è una prerogativa dei monaci di Agarthi. Costoro sarebbero proprio gli eredi morali dei TdD, cioè di coloro che portarono sulla Terra i Tesori, tra i quali il Prisma. Come ne L’uomo programmato, in MM 350 si vede in azione il destino, dato che la morte di Kasaki, pur con alcune varianti rispetto alla profezia iniziale, deve accadere comunque (e, tristemente, il destino si ripete per giungere al risultato desiderato). Per completare l’equivalenza tra Destino, Akaschi e Databank Universale, tutti collegati al Prisma della conoscenza assoluta, vale la pena di segnalare come ne L’uomo programmato compaia Jaspar, il misterioso bambino in possesso a sua volta di una conoscenza universale.

Segnali di stile

E' un'impressione, o qualcuno sta imitando lo stile di Castelli?
E' un'impressione,
o qualcuno sta imitando lo stile di Castelli?
Come la già citata sequenza nella Gerusalemme del 700 a.C., anche il flashback Iracheno sembra avere il tocco di Castelli, nelle didascalie, ma in generale lo stile del creatore di Martin Mystère sembra essere diluito fino a scomparire, per la maggior parte dell’albo.

La scena al Chicago Oriental Institute è, in questo senso, penosa: dove Castelli l'avrebbe sceneggiata con un adeguato corredo di didascalie in cui avrebbe infuso la sua innata curiosità, fornendo intriganti informazioni sul museo con la sua elegante e sobria prosa, quello che ci ritroviamo invece a leggere in MM 350 è una sequenza di vignette vuote e fredde, corredate da vacue chiacchiere che banalizzano ogni cosa, compreso il riferimento a Indiana Jones. Il culmine dell’inconsistenza compare nella non-gag del curatore del museo, dalla cui insipida conversazione emerge la differenza di età rispetto a Martin, che però non viene esplicitata (forse è stata rimossa dalla redazione, per sorvolare sulla vetustà dell’indagatore dell’impossibile, ormai sempre meno credibile?): la noia nella lettura è tale che non si può evitare di chiedersi subito a cosa sia servito questo scambio di battute: si trattava di un riempitivo per tirare le 160 pagine? O forse di un omaggio alla saga per bambini de “Una notte al museo”?

La già citata scoperta anticlimatica della concretezza dell’esodo delle Tribù verso il Giappone è tutto tranne che mysteriano-Castelliana: prima ancora di analizzare le genealogie del Prisma, Martin Mystère si sente raccontare dall’anziano giapponese proprio la leggenda di cui ora sta per trovare la prova. Invece che partire da un esame degli indizi e andare poi a ripescare dalla memoria (o da un libro, o da un testimone) la teoria/mito in questione, il “detective” si ritrova con la “pappa bell’e pronta”, azzerando anche l’unico accenno delle indagini mysteriane di questo albo, che infatti si limita a esporre una gradevole, ma scarna, raccolta di nozionismo. Sarà per questo che Martin non mostra la minima emozione, davanti a una prova storica così concreta che trasforma una leggenda in realtà, e ha quindi un notevole impatto sulla storia a noi nota?

Deludente anche la scarsa esplorazione delle effettive culture situate sull’ipotetica rotta verso il Giappone e caratterizzate da qualche leggenda e/o affinità che le colleghi alle Dieci Tribù erranti.

La copertina, per quanto gradevole, è anche un simbolo dell’involuzione della serie: Martin Mystère è braccato dai mysteri, praticamente lo inseguono o glieli tirano dietro, ma lui fa di tutto per evitarli; in questo frangente, stava prendendo una strada opposta al mystero al centro della tavola, e sarebbe riuscito a scappare, se dalla caverna non fossero sbucati gli alienini che lo hanno costretto a voltare la testa per fingere di non vederli.
La rubrica dei Mysteri di Mystère si intitola “cold case”: è un titolo generico, che si adatta a qualunque genere di mystero esistente, o è un riferimento alla saga dei Tesori dei Tùatha De Dànaan, che è appunto un “caso irrisolto” della serie di Martin Mystère, in quanto lasciato in sospeso da anni? Considerando che la rubrica non vi fa cenno, ne concludiamo che si tratta di un titolo generico.

La constatazione più amara di tutte è che, su questo canovaccio del Prisma (scarsamente) profetico in mano a dieci un certo numero di tribù di Israele, lo sceneggiatore Castelli che tutti conosciamo avrebbe profuso un considerevole impegno nel “far quadrare il cerchio”, producendo qualcosa di immenso, spettacolare e affascinante come accadde per New York Stories (dove Castelli giunge a dichiarare di non sapere come concludere la storia, a un certo punto, e poi sfodera una soluzione strabiliante nella sua completezza). Analogamente, in MM 350, Castelli si sarebbe sicuramente sentito in dovere di trovare lo spazio per approfondire i collegamenti dimenticati di cui abbiamo parlato, creando un arazzo narrativo spettacolare nella sua minuziosità, e altrettanto sicuramente avrebbe avuto cura di articolare la transizione del Prisma dai TdD agli Ebrei, il degrado delle notizie prodotte dallo stesso, e via di incongruenze.
Così com'è, invece, MM 350 sembra un soggetto scritto in fretta da Castelli, che poi altri hanno allungato a 160 pagine con l'aggiunta di scene riempitive, reiterazioni, frivolezze, e banalità da "lista della spesa" meticolosamente trascritta nello stile di un compitino di ragioneria, pur essendo inutili alla trama.
A cosa serve questa recensione?
Già, a cosa serve? Che senso ha ostinarsi a leggere nuovi albi del Martin Mystère moderno, pur sapendo quanto esso sia cambiato, insieme al suo pubblico? Se l’attuale MM si rivolge a una platea diversa da quella classica, e se ha anche compiuto un consapevole sforzo per riuscirci, che possibilità di successo ha l’aggrapparsi alla ridicola speranza che qualcosa della grandezza (e degli argomenti) che fu possa riemergere?
E’ vero, c’è stato l’albo di Vincenzo Beretta a dimostrare che non tutto è perduto, ma si tratta di una goccia nel mare. E di questo autore siamo fortunati a poter vedere un secondo albo, prima di restare a bocca asciutta ancora per chissà quanto tempo.
Ma MM 350 ha cercato di avere botte piena e moglie ubriaca, riesumando malamente un argomento storico di cui alla maggioranza dei lettori attuali poco importa (e infatti questa maggioranza ha accolto bene un albo che fa scempio dei propri illustri predecessori, senza neppure accorgersene), ed è difficile non pensare che sia stato fatto per attirare quell’esile fetta di lettori disaffezionati che ancora gravitano nell’orbita mysteriana quanto basta per essere informati delle nuove uscite. Ebbene, io ho abboccato all’amo, pur sospettando a cosa stavo andando incontro, e magari questa recensione resterà a memento per non ripetere mai più questo errore (a partire dallo Speciale Martin Mystère n. 34 di quest’anno).
In conclusione
Ci spiace essere così aspri nel commento di questo albo, che dopotutto ha riscosso il plauso dell’attuale bacino di lettori.
Da fan anziani della serie, e quindi ormai ridotti a quattro gatti e prossimi all’estinzione, questo è il nostro sfogo per la delusione di un’occasione sprecata per la celebrazione dei trentacinque anni, un’occasione sprecata per il recupero (agognato?) di uno dei filoni più belli della serie, e un ulteriore calo della consistenza/credibilità dell’universo narrativo di MM.

2 commenti:

  1. Grazie Franco, Lettore con la L maiuscola, resta in piedi, tra le rovine.

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    1. O magari sono io la Rovina. Anzi, il Rudere.

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